«Non da oggi – scriveva Secchia - la stampa è un potente strumento di cui si serve la classe dominante per mantenere la sua dittatura. Il grande capitale non domina solo con le banche, i monopoli, il potere finanziario, il tribunale e la polizia, ma con i mezzi quasi illimitati della sua propaganda e della corruzione ideologica [...] Vi fu un’epoca, agli inizi dell’età moderna, fino alle rivoluzioni del secolo XVIII in cui, come ebbe a scrivere Lenin, la lotta per la libertà di stampa ebbe la sua grandezza perché era la parola d’ordine della democrazia progressiva in lotta contro le monarchie assolute, il feudalesimo e la Chiesa. Ma nella fase di decadenza del capitalismo la stampa conservatrice e reazionaria ha perduto ogni senso morale e ogni pudore. Il giornalismo al servizio dei gruppi imperialisti è una forma corrente di prostituzione. Il capitalismo in putrefazione ha bisogno per reggersi di mentire continuamente. La realtà lo accusa: dunque dev’essere falsificata. La fabbrica della menzogna è diventata arte, tecnica, norma di vita»

Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp.

Questo l'articolo di Manlio Dinucci, prima pubblicato e poi rimosso dal sito del Manifesto, nonché dalla sua successiva edizione cartacea, per cui il giornalista ha deciso di concludere una decennale collaborazione con il quotidiano.


Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp.

Manlio Dinucci, 8 marzo 2022

«Il piano strategico degli Stati uniti contro la Russia è stato elaborato tre anni fa dalla Rand Corporation (il manifesto, Rand Corp: come abbattere la Russia, 21 maggio 2019). La Rand Corporation, il cui quartier generale ha sede a Washington, è «una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche»: ha un esercito di 1.800 ricercatori e altri specialisti reclutati da 50 paesi, che parlano 75 lingue, distribuiti in uffici e altre sedi in Nord America, Europa, Australia e Golfo Persico. Personale statunitense della Rand vive e lavora in oltre 25 paesi.
La Rand Corporation, che si autodefinisce «organizzazione nonprofit e nonpartisan», è ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale (Cia e altre), da agenzie di altri paesi e potenti organizzazioni non-governative.
La Rand Corp. si vanta di aver contribuito a elaborare la strategia che permise agli Stati uniti di uscire vincitori dalla guerra fredda, costringendo l’Unione Sovietica a consumare le proprie risorse nell’estenuante confronto militare. A questo modello si è ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Overextending and Unbalancing Russia», ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo.
Queste sono le principali direttrici di attacco tracciate nel piano della Rand, su cui gli Stati Uniti si sono effettivamente mossi negli ultimi anni.
Anzitutto – stabilisce il piano – si deve attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio: a tale scopo vanno usate le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, si deve far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense.
In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno.
In campo militare si deve operare perché i paesi europei della Nato accrescano le proprie forze in funzione anti-Russia. Gli Usa possono avere alte probabilità di successo e alti benefici, con rischi moderati, investendo maggiormente in bombardieri strategici e missili da attacco a lungo raggio diretti contro la Russia. Schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia assicura loro alte probabilità di successo, ma comporta anche alti rischi.
Calibrando ogni opzione per ottenere l’effetto desiderato – conclude la Rand – la Russia finirà col pagare il prezzo più alto nel confronto con gli Usa, ma questi e i loro alleati dovranno investire grosse risorse sottraendole ad altri scopi.
Nel quadro di tale strategia – prevedeva nel 2019 il piano della Rand Corporation – «fornire aiuti letali all’Ucraina sfrutterebbe il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia, ma qualsiasi aumento delle armi e della consulenza militare fornite dagli Usa all’Ucraina dovrebbe essere attentamente calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio in cui la Russia, a causa della vicinanza, avrebbe vantaggi significativi».
È proprio qui – in quello che la Rand Corporation definiva «il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia», sfruttabile armando l’Ucraina in modo «calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio» – che è avvenuta la rottura. Stretta nella morsa politica, economica e militare che Usa e Nato serravano sempre più, ignorando i ripetuti avvertimenti e le proposte di trattativa da parte di Mosca, la Russia ha reagito con l’operazione militare che ha distrutto in Ucraina oltre 2.000 strutture militari realizzate e controllate in realtà non dai governanti di Kiev ma dai comandi Usa.Nato.
L’articolo che tre anni fa riportava il piano della Rand Corporation terminava con queste parole: «Le opzioni previste dal piano sono in realtà solo varianti della stessa strategia di guerra, il cui prezzo in termini di sacrifici e rischi viene pagato da tutti noi». Lo stiamo pagando ora noi popoli europei, e lo pagheremo sempre più caro, se continueremo ad essere pedine sacrificabili nella strategia Usa-Nato.
»

Fonte: Il Manifesto

Caccia al filorusso: epurato Orsini

Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2022

La Luiss censura il professore; l’appello dei colleghi: “basta maccartismo”
«Gli è stato detto che le sue opinioni rischiano di danneggiare “valore, patrimonio di conoscenza e reputazione” dell’Università per cui lavora. Non certo roba da poco. Alessandro Orsini è direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale della Luiss, ma il suo ateneo non gradisce più che il professore partecipi come ospite ai programmi tv sulla crisi ucraina. Colpa di alcune analisi ritenute filo-russe, sovraniste, putiniane. Una caccia alle streghe di cui Orsini è l’ultima vittima, ma che almeno ha smosso la solidarietà di diversi colleghi. Nelle prossime ore, infatti, alcuni professori universitari della Statale di Milano diffonderanno un appello in difesa di Orsini, “censurato dalla sua Università”: “Le analisi di Orsini non hanno alcunché di censurabile – si legge nella bozza del comunicato – e si fondano su studi rigorosi”. A preoccupare i docenti c’è questo “clima di oscurantismo” simile “al maccartismo” – come ci spiega uno dei firmatari – che colpisce chiunque azzardi un’interpretazione dell’aggressione russa diversa dal mainstream. Proprio ciò che è successo a Orsini, negli ultimi giorni ospite a Sky Tg24 e a Piazzapulita, dove – premettendo la scontata condanna per la condotta di Putin – ha sottolineato la pessima gestione dei rapporti con la Russia da parte della Nato.

Parole che hanno indotto la Luiss, l’università di Confindustria, a sconfessare pubblicamente Orsini: “La Luiss reputa fondamentale che, soprattutto chi ha responsabilità di centri di eccellenza come l’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale, debba attenersi scrupolosamente al rigore scientifico dei fatti e dell’evidenza storica, senza lasciar spazio a pareri di carattere personale che possano inficiare valore, patrimonio di conoscenza e reputazione dell’intero Ateneo”. Il problema – ed è quello che scrivono i docenti nell’appello in sostegno del collega – è che Orsini non è certo un passante: ha alle spalle decenni di esperienza ed è apprezzato in Italia e all’estero (è Research affiliate al Mit di Boston). Motivo per cui si può – come ovvio – contestare le sue analisi, ma è arduo sostenere che non poggino su una solida base di competenze. Peraltro la Luiss è lo stesso ateneo per cui lavora Gianni Riotta, giornalista di Repubblica e direttore della Scuola di giornalismo dell’Università, già sfiduciato dalla redazione del Sole 24 Ore (quando era direttore) e definito dal premio Pulitzer Glenn Greenwald “l’opposto del giornalismo”. Non abbastanza da imbarazzare Confindustria, preoccupata invece delle parole di Orsini. Ieri il Messaggero ha fatto saltare la rubrica Atlante, che il professore cura da anni sul quotidiano (problemi di spazio e “tornerà sabato prossimo”, giura il giornale), mentre il duro comunicato della Luiss dovrebbe inibire altre ospitate televisive nei prossimi giorni. Così, si crede, la “reputazione” sarà salva.»

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/03/06/caccia-al-filorusso-epurato-orsini/6516746/

Mandare le armi non è come una dichiarazione di guerra?

Un pezzo ironico e di buon senso di Maurizio Crozza, la cui satira risulta pungente verso la realtà, al contrario di alcune mobilitazioni "per la pace" dove si chiede l'invio di armi e combattenti in Ucraina, nonché l'intervento della NATO con una no-fly zone che, a detta della quasi totalità degli osservatori, aprirebbe seriamente al rischio dello scoppio di una Terza Guerra Mondiale.


Fonte: https://nove.tv/fratelli-di-crozza/puntata-4-marzo-2022-video/

L'Italia con l'elmetto: in teatro, nelle università, nello sport e sui mezzi di comunicazione

 


Dopo la richiesta di Beppe Sala a Valery Gergiev, affinché prendesse le distanze dalle operazioni militari russe in Ucraina, ecco l'università Bicocca; evidentemente l'ufficio stampa del sindaco Sala ascolta le trasmissioni di Radio Popolare, ben noto media partner del Comune di Milano, del quale regolarmente rilancia le attività che dovrebbero avere una veste artistico-culturale.

Non appena si è diffusa la notizia che l'università Bicocca, per bocca della sua rettrice Giovanna Iannantuoni, aveva cancellato il corso sulla vita di Dostoevskij, per "evitare polemiche in un forte momento di tensione", una raffica di telefonate ha raggiunto la radio dimostrando come il provvedimento di Bicocca veniva giudicato dagli ascoltatori alla stregua di una ordinanza del MinCulPop (Ministero della Cultura Popolare) di mussoliniana memoria.

Nella trasmissione ha parlato Paolo Nori, il docente che aveva curato il corso sui romanzi di Dostoevskij. Molto abbattuto, non riusciva a farsi una ragione per la cancellazione di un corso su uno dei massimi autori nella Storia della letteratura. Il professor Paolo Nori, in una sua dichiarazione, definisce la cancellazione del corso una cosa ridicola [1].

In realtà questa cancellazione non è una cosa ridicola, essendo invece un fatto di gravità inaudita.

La rettrice Giovanna Iannantuoni, appartenente a Comunione e Liberazione, si è lanciata in volo come un falco, per ghermire il povero professor Paolo Nori ed il suo corso. Evidentemente la rapace rettrice, dopo la telefonata intercorsa tra lei ed il nostro Beppe Sala, è dovuta tornare sui suoi passi. Il nostro Beppe, a sua volta, non ha mancato di prendere le distanze da colei che stava seguendo proprio il suo esempio.

In conclusione, questi episodi, insieme a quelli che si stanno verificando nel mondo dello sport ed in altri campi, sono null'altro che l'espressione della guerra ibrida, all'interno della quale ci hanno calati.

L'allargamento della NATO ad Est comporta anche questo genere di nefandezze, un costo che vogliono costringerci a sostenere. Limitarsi a definirlo una barbarie non basta.

La prima vittima della guerra è sempre la verità. Per "loro" dunque si può sacrificare anche Dostoevskij. Prepariamoci, non sarà facile, ma non ci limiteremo a dire "non ci stiamo".

È circa mezzanotte, ci giunge questa notizia di poco fa: «Nori: “Farò corso su Dostoevskij altrove, Bicocca vuole che parli di autori ucraini che non conosco”» [2].

La Casa Rossa, 2 marzo 2022

[1] Paolo Nori: "Bicocca cancella mio corso su Dostoevskij, ridicolo"

https://youtu.be/zljnCiy99xw

[2] Nori: "Farò corso su Dostoevskij altrove, Bicocca vuole che parli di autori ucraini che non conosco"

https://www.fanpage.it/cultura/nori-faro-corso-su-dostoevskij-altrove-bicocca-vuole-che-parli-di-autori-ucraini-che-non-conosco/

Sull'ultimatum di Giuseppe Sala al direttore Valery Gergiev

La richiesta del Sindaco di Milano Giuseppe Sala nei confronti di Valery Gergiev, direttore d'orchestra del Teatro alla Scala per la rappresentazione della recita "La dama di picche" di Tchaikovsky, perché si dichiari contro il proprio Paese, contro convinzioni che Gergiev potrebbe avere, del tutto legittime in uno Stato di diritto, è un atto grave ed inedito nella storia repubblicana del nostro Paese.

Il grave atto compiuto da Sala contraddice i principi su cui si fonda la Costituzione nata dalla Resistenza al nazifascismo, la quale nell'Articolo 21 sancisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Sala, anziché avventurarsi in prese di posizione che non favoriscono il dialogo, dovrebbe invece rivendicare a gran voce, essendo Sindaco della prima città Medaglia d'Oro della Resistenza, il rispetto dell'Articolo 11 della Costituzione stessa: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. 

Articolo 11 che oggi sembra divenire carta straccia, nel momento in cui importanti esponenti politici sono intenzionati a inviare militari italiani ai confini con la Federazione Russa.

La risoluzione dei conflitti non avviene attraverso dichiarazioni che alimentano discriminazione e divisione in schieramenti. Queste ricordano, al contrario, i tempi bui della nostra Storia quando per lavorare in determinati ambiti si necessitava di una certa tessera...

Il Sindaco Sala ha sbagliato e condotto una campagna vergognosa degna di chi ha già messo l'elmetto, incamminandosi su una strada scorretta e pericolosa.

Esprimiamo solidarietà e vicinanza al direttore d'orchestra della Scala Valery Gergiev, così come agli altri artisti russi del cast, senza contare che Sala evidentemente non è solo feudale ma anche ignorante: naturalmente non conosce i secolari rapporti artistico-culturali intercorsi tra il nostro Paese e la Russia.

La Casa Rossa Milano, 28 febbraio 2022

Nella foto: il direttore Valery Gergiev in occasione del concerto sinfonico da lui condotto il 5 maggio 2016 presso le antiche rovine della città siriana di Palmira, per commemorare le vittime della guerra siriana e per celebrare la liberazione della città dopo 10 mesi di duro assedio e saccheggio del sito archeologico da parte dei terroristi dell'ISIS.